venerdì 7 novembre 2008

Il sapore della vendetta - Racconto osè

Racconto erotico - DRAMMATICO di fantasia

Il telefono squilla: "Si', pronto"
"Ciao"- riconosco la sua voce calda e morbida. Un tuffo al cuore e mille emozioni riecheggiano nella mia mente e corrono sulla sulla mia pelle. Sono confusa e sorpresa. Vorrei sapere tutto di lui, dov'è stato in tutto questo tempo, ma la sua voce determinata e sicura interrompe i miei pensieri:
"Potresti fare una cosa per me?"
"Se posso...."
"Vorrei far l'amore con te"

Erano trascorsi mesi dal nostro primo incontro. Da quell'incontro casuale in una libreria del centro.Entrambi posammo le mani sullo stesso libro, le nostri mani si sfiorarono, lo guardai negli occhi e la scintilla dell'attrazione si accese dentro di me.
"Ti piace Coehlo?"
Una semplice domanda e la nostra conversazione scivolò fluida come fra due persone che si conoscono da tempo. La gente intorno a noi non esisteva più. C'eravamo solo noi e l'avidità di conoscere più cose di uno e dell'altra. Dovevamo entrambi tornare nei nostri rispettivi uffici. Ci salutammo con la promessa di rivederci il giorno dopo, sempre nell'ora di pranzo. Nel tardo pomeriggio la mia collega mi preannuncia: "C'è una telefonata per te".
Era Lui che mi chiedeva di incontrarci la sera stessa. Non voleva aspettare.
Avrei voluto inventare una scusa e farmi desiderare ma il mio istinto e la sua voce mi persuasero a dire di si. Cosa c'era in lui che mi attraeva così fortemente. Forse il suo viso, i suoi occhi, le sue labbra, la sua voce, il suo profumo oppure fu quell'istante in cui le nostre mani si toccarono: un brivido piacevole mi attraverò la schiena e arrivò alla mente e al cuore.
La sera stessa mi raccontò molto di lui mentre passeggiavamo in riva al mare. Mi parlò di quella donna di cui era follemente innamorato e che invece lo lascio per un'altro. Quell'abbandono lo fece sprofondare in una crisi dalla quale non riusciva a risollevarsi a tal punto che perfino la sua stessa vita era diventata un peso. Cambiò città, lavoro, amici, tutto quello che gli ricordava Lei per poterla dimenticare. I suoi occhi mentre mi parlava, soffrivano ancora. Erano tristi e umidi di lacrime trattenute. Non riuscivo a non partecipare alla sua tristezza, la sentivo, desideravo catturarla e seppellirla per sempre ma non potevo far nulla se non ascoltarla e soffrire con lui.
"Sai ti assomiglia molto. Lei si chiama come te" mi disse "Non avrei voluto fosse così, mi sentivo colpevole. Gli ricordavo tutto quel male vissuto, ma in parte ne ero lusingata. Lui era lì con me probabilmente proprio per la mia somiglianza con quella donna.
La notte fu mia complice. Non smettevo di guardargli le labbra. Mi piacevano e il desiderio di baciarle non mi dava tregua. Mi avvicinai, dapprima le sfiorai e poi gli baciai leggermente il labbro superiore. Gli piacque. Non aspettava altro che quel segnale. Mi infilò dolcemente le mani nei capelli piegandomi la testa all'indietro e mi baciò profondamente affondando la lingua nella mia bocca. Mi piaceva il suo sapore. Le sue mani si posarono sui miei fianchi e mi attirò a sè. Sentivo il suo calore. Le sue labbra e il suo respiro sul mio collo, il suo desiderio crescere. Esistevamo solo noi due e la notte. Non conoscevo molto di lui, solo il suo nome e che amava ancora una donna che si chiamava come me. Sussurrava quel nome, il mio nome mentre mi baciava, mentre mi stringeva. Volevo allontanarmi, non volevo andare oltre quella sera, provai a farlo, ma mi trattenne. Mi girai a guardare il mare appoggiandomi leggermente alla ringhiera. Lui mi raggiunse e da dietro mi abbracciò. I nostri corpi uniti aderivano perfettamente. Decisi di lasciarmi andare e seguire soltanto il mio e il suo desiderio. Le sue mani scivolarono lentamente sui miei seni, sul ventre, sulle cosce, seguivano e accarezzavano ogni curva. Il suo sesso e il suo respiro erano sempre più vogliosi. Con un ginocchio mi allargò dolcemente le gambe e le sue dita si insinuarono fra le mie cosce. Le allontanai e gli sussurai: "No". Gustò le dita bagnate del mio umore. Arrotolò lentamenente la gonna e appoggiò il sesso caldo sulla mia pelle.
Il mio desiderio non aveva confini. Lo volevo dentro di me, lo pretendevo e istintivamente mi chinai leggermente in avanti in attesa di quel momento. Scivolò dentro di me lentamente. I nostri respiri si fecero sempre più affannosi. Assecondai i suoi movimenti il più lentamente possibile per prolungare quel piacere caldo e dolce. Le sue dita affondavano sui miei fianchi e con un sospiro lo sentii quasi silenziosamente raggiungere l'apice del piacere dentro la mia carne. Ancora una volta ripetè il mio nome accompagnato da un gemito che soffocò affondandomi il viso sul collo. Rimanemmo abbracciati così a lungo mentre la calda unione dei nostri due sapori stava colando lentamente lungo l'interno delle mie cosce.

Erano trascorsi alcuni mesi da quell'unico nostro incontro. Il ricordo delle sue mani su di me e di quelle sensazioni si stava affievolendo. Lo avevo cercato più volte ma al suo telefonino non era più rintracciabile. Aveva cambiato lavoro e i suoi colleghi di lavoro non mi seppero dire dove avrei potuto trovarlo. Non conoscevo quasi nulla di Lui, se non il suo nome. Avevo fatto l'amore con uno sconosciuto. Ora dopo tanto tempo quella telefonata. Nessun preambolo, nessuna frase in più: mi desiderava e voleva far l'amore con me.
"Raggiungimi in Toscana...." e mi diede l'indirizzo.
Lui viveva e lavorava a Firenze. Volevo rivederlo. Nessun uomo mi aveva mai intrigato quanto Lui. La sua voce, i suoi occhi, la sua bocca, le sue mani e tutto di Lui mi piaceva e mi eccitava. Solo sentire la sua voce e quella frase al telefono mi ritrovai bagnata di desiderio.
Il mio orgoglio che avevo sepolto sotto l'attrazione che provavo mi imponeva di chiedergli comunque delle spiegazioni. Era libero di fare ciò che voleva, ma volevo conoscere le ragioni di quel cambiamento, volevo sapere più cose di lui, di quello sconosciuto che accolsi fra le mie gambe o forse semplicemente mi stavo innamorando. Durante il viaggio la mia mente elaborò una serie di domande da fargli. In una serata tiepida di marzo percorsi in auto con il cuore in gola per l'eccitazione e con il desiderio di rivederlo, il viale sterrato che portava all'ingresso di quel vecchio casale di campagna. Mi stava aspettando sulla porta d'ingresso.
"Ciao. Tutto bene?" - mi accolse con un sorriso e con queste uniche e fredde parole.
La serie di domande che volevo rivolgergli si congelò nei miei pensieri. Ero felice di rivederlo, lo avevo desiderato tanto e ora era lì davanti a me dopo tanto tempo. Era dimagrito. Lo sentivo glaciale e distaccato. Una luce particolare nei suoi occhi mi diceva che qualcosa in lui era cambiato. "Bellissima questa casa...è tua? Son felice di ved..."
Non riuscii a finire la frase poichè mi impedì di parlare con un bacio penetrante e prepotente che terminò con un leggero morso sulle labbra. Mi prese per mano e mi accompagnò in silenzio al piano di sopra lungo una scala scricchiolante di legno. Riuscii a vedere poco di quella casa ma la trovai confortevole e accogliente. Ci dirigemmo in camera da letto dove vi era soltanto un letto in ferro battutto coperto da un copriletto bianco e una vecchia cassapanca di legno dove la fiamma di alcune candele colorate regalavano alla stanza una luce soffusa, tremula e un seducente gioco d'ombre. Con un gesto rapido mi tolse il cappotto e mi spinse verso il letto. Lo lasciai fare, non opponevo resistenza. Mi baciava e mordeva il collo ripetendo il mio nome ma anche il nome di colei che lo lasciò. Mi chiesi se continuava a soffrire per quell'abbandono e ancora una volta mi sentii in colpa. Ero consapevole che con me il ricordo di quella sofferenza si materializzava. Le assomigliavo nei capelli, negli occhi, nei modi di fare e soprattutto portavo quel nome.
Ero nelle sue mani e mi piaceva esserlo. Sentivo il suo desiderio forte e a tratti violento. Stava facendo l'amore con me con passione, con desiderio ma soprattutto con rabbia. Mi aprì violentemente la camicetta quasi strappandola. La fece scorrere sulle spalle bloccandomi le braccia, abbassò il reggiseno e si tuffò avidamente sui seni. Li baciò, li succhiò e li morse a lungo quasi a farmi male. Alternavo momenti di piacere e di dolore. Continuavo a lasciarlo fare, completamente in balia di quei baci e del desiderio per lui che avevo provato e soffocato per mesi. Con un gesto rapido mi sfilò i collant e gli slip. Mi allargò le gambe e diresse i suoi baci alternandoli a piccoli morsi sul mio sesso. Si abbassò i pantaloni e affondò dentro di me violentemente. Gemevo di un piacere misto a dolore. I suoi movimenti sempre più decisi e forti non mi davano tregua. Ero ubriaca di Lui ma il livore con il quale mi stava possedendo mi risvegliò da quell'ebbrezza. Non stava facendo l'amore con me, mi stava scopando con rabbia. Lo guardai e non riconobbi quell'uomo che avevo incontrato mesi prima e di cui forse mi stavo innamorando. Ebbi la sensazione che stava riversando su di me tutta la sua rabbia dettata dall'abbandono di quella Lei: non stava facendo l'amore con me ma con Lei.
"Fermati ti prego" gli chiesi. Non provavo più piacere ma soltanto stupore e paura.
"Zitta puttana" mi disse mordendomi le labbra fino a farle sanguinare. Ora avevo la conferma: nella sua mente io ero Lei. Raggiunse l'orgasmo e si sdraiò su di me ansimando. Il peso del suo corpo mi impediva i movimenti. Non avevo parole ma soltanto una gran voglia di divincolarmi e liberarmi da quell'abbraccio perverso e fuggire. Provai a farlo. "Non ti muovere" mi disse trattenendomi con forza sotto di Lui. "Non pensare di abbandonarmi come hai già fatto".
Ero ancora più confusa e spaventata. Ecco cos'era quella sua strana luce negli occhi. Era odio, era rancore, era rabbia ma soprattutto follia. Quella donna era diventata per Lui un'ossessione fino a a farlo diventare pazzo. Purtroppo le assomigliavo e nella sua mente malata ero un'ottima opportunità per vendicarsi di Lei. Provai a parlargli e a farlo ragionare. "Lasciami andare...ti prego...io non sono..." Mi premette la mano sulla bocca e m'impedì di continuare la frase.Ero terrorizzata. Non sapevo più cosa fare, non sapevo cosa volesse ancora da me. Piansi lacrime silenziose. Avevo fatto l'amore due volte con lo stesso uomo ma che non conoscevo affatto. Dolce e tenero quella sera sul lungomare, violento e aggressivo su quel letto in quella casa di campagna. Entrambi due sconosciuti. Per Lui io non ero una sconosciuta: ero Lei, quella che lo aveva lasciato per un'altro, che gli aveva tolto la gioia di vivere e gli aveva demolito il sogno che stava costruendo.
Per Lui adesso io ero soltanto l'oggetto della sua sottile, perversa e personale vendetta.
Si sdraiò al mio fianco e con le braccia mi teneva ferma. Ero mezza nuda e tremavo dal freddo e per la paura. Il suo calore, il suo sapore e il frutto del suo piacere fra le mie gambe mi facevano ribrezzo. Mi feci coraggio e cercai di liberarmi da quell'abbraccio. Cercò di trattenermi. Gli morsi un braccio. Urlò dal dolore e allentò la presa. Con tutte le mie forze mi alzai più in fretta possibile e cercai di aprire la porta. Era chiusa. Tremante e spaventata persi attimi preziosi nel girare la chiave lasciata nella serratura. " Fermati dove sei o ti ammazzo" urlò.
No, non volevo credere a quelle parole. Era tutto un terribile sogno, stavo vivendo un incubo. Quell'uomo con cui avevo dialogato in libreria e con il quale feci l'amore sul lungomare ora mi avrebbe ucciso. La porta si aprì. Un attimo e sentii soltanto il rumore dello sparo mentre un calore intenso e devastante mi stava divorando la spalla sinistra. Quel fuoco mi tolse lentamente le forze.
Mi girai e l'immagine di Lui seduto su quel letto con la pistola in pugno rivolta verso me e con lo sguardo colmo di odio fu l'ultima cosa che vidi prima di svenire.

"Grazie per la sua testimonianza e deposizione Signorina......." - mi disse congedandosi il Commissario di Polizia lasciando la stanza dell'Ospedale dove mi risvegliai. Ancora una volta sentii ripetere quel nome: il mio nome e quello di Lei.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

non l'avevi già pubblicto questo racconto?