
Racconto erotico di fantasia
Quella mattina in quel bar sorseggiando una tazza di caffè riconobbi la sua voce. Mi voltai e il suo sguardo profondo e magnetico incontrò il mio. Era lui. Erano trascorsi alcuni anni dal nostro primo incontro in cui entrambi non ci eravamo voluti spingere oltre nonostante i nostri occhi e i nostri gesti rivelavano l’attrazione che provavamo l’uno per l’altra. Momenti indimenticabili immortalati come in una foto nella memoria del desiderio. Ricordo esattamente le fantasie di quel pomeriggio e le mie mani che mi donavano piacere immaginando di sentirlo sulla pelle e fra le gambe. Quelle emozioni e quelle sensazioni erano ancora lì presenti dopo molto tempo, dopo che entrambi le avevamo gelosamente conservate nello scrigno dei desideri e della passione proibita.
“Mi piaci ancor di più ora ” – mi sorprese con quella frase. Il tempo e alcune delusioni lasciano il segno non solo nell’anima. Quegli attimi condivisi insieme erano rimasti vivi e indimenticabili. Ci accomunava un eguale destino. Entrambi avevamo lasciato qualcuno o qualcuno ci aveva lasciato. Non importavano molto i particolari di come erano finiti i nostri precedenti amori. Eravamo lì dopo che i nostri sentimenti erano stati fatti violentati, torturati e fatti a pezzi. Il fato ci aveva prenotato un’ appuntamento casuale dopo molto tempo, al quale entrambi non eravamo disposti a rinunciare, desiderosi di prendere una rivincita sul passato. Qualcosa era rimasto in sospeso fra noi. Quelle sensazioni non ci avevano mai lasciato e il rivederci le avevano fatte scaturire come una sorgente.
Pensai a lungo quella sera all’abbigliamento più adatto per l’incontro. Decisi che in quella tiepida sera autunnale sotto la gonna non avrei indossato nulla se non calze autoreggenti. Un’ estrema sensazione di libertà che accendeva il mio desiderio più che mai. Volevo sorprenderlo, volevo essere spregiudicata o forse non volevo più perdere tempo.
Avvertivo il suo desiderio ma soprattutto il mio che si stava preparando ad accoglierlo. Non sapevo esattamente quando, ma attendevo. Non dissi nulla. Volevo prolungare l’attesa di quei momenti ancora un po’ sapendo che sarebbero esplosi nel loro vigore quanto prima, quando noi lo avremo deciso.
“Ti ricordi quel bacio?” – si avvicinò e mi bacio le labbra. Ora come allora. Niente era cambiato. Si era solo fermato il tempo in attesa di quel momento. Fece scorrere delicatamente la mano sotto la gonna sul velo della calza e si fermò solo quando raggiunse la pelle. La mia mano audace e sfrontata l’accompagnò più su dove il mio sentire per lui non mentiva. Seduti vicini durante la cena in un angolo appartato del ristorante intinse le dita nel vellutato miele del mio desiderio pregustando ad ogni portata il sapore salato della mia essenza.I nostri passi e le nostre ombre camminavano unite all’uscita del ristorante.
Ora davvero entrambi non potevamo più aspettare. Mi prese per mano e mi condusse nell’atrio d’ingresso rimasto aperto di un anonimo palazzo di un vicolo buio e deserto. La nostra passione trattenuta esplose in tutto il suo ardore. Baci penetranti, lingue avide, le sue mani dappertutto. Mi teneva stretta quasi fino a farmi soffocare fra le spire del suo abbraccio. Lo lasciavo fare. Mi piaceva sentirlo così desideroso, così eccitato. Mi attirava a se con le mani sui miei glutei nudi faceva aderire al mio ventre il suo sesso che gridava soddisfazione. Lo aspettai seduta a gambe aperte sul provvidenziale muretto di quel sottoscala. Liberai l’evidente e tangibile espressione del suo desiderio dalla prigione degli indumenti per farlo entrare fra le mie cosce dove una gabbia dalle pareti morbide lo attendeva. Una gabbia che non aveva mai conosciuto ma che lo accoglieva ora più che mai in tutta la sua dolcezza e lo pretendeva in profondità. Volevo che mi facesse male affinché cancellasse il passato non vissuto. Desideravo quel suo possedermi così intenso affinché tutto fosse dimenticato in quell’amplesso. Lo stavo amando per questo…volevo questo …volevo che mi avessi completamente per cacciare il ricordo del tempo trascorso e lui voleva lo stesso da me. Affondavamo i nostri gemiti di piacere in profondi baci. La luce fioca della strada filtrava attraverso il vetro del portone e si posava a tratti sui nostri visi, sui miei seni seminudi, danzando con noi in un gioco di ombre e voluttà.
Lo allontanai da me per prolungare ancora un poco il suo piacere e per calmare i nostri sospiri. La debole luce si posò sul suo membro incredibilmente turgido. Non riuscii a trattenermi, mi inginocchiai e lo feci entrare nella mia bocca. Mi piaceva il mio sapore su di lui. Mentre mi accarezzava i capelli scivolava sinuosamente e lentamente fra le mie labbra. Avevo deciso di donargli tutta me stessa e lui pretendeva tutto da me. Con un gesto rapido mi alzai e appoggiandomi con i gomiti a quel muretto di marmo, mi girai e rimasi in trepida attesa di averlo ancora dentro di me. Scivolò nuovamente dentro alla mia carne.
Sentivo che non era soddisfatto. Aveva provato il sapore delle mie labbra e del mio sesso. Ora voleva di più. Ebbra dalla passione più sfrenata e persa in un pressante desiderio gli lasciai violare la parte più intima di me che nessuno aveva mai conosciuto. Soffocai gemiti misti di dolore e di piacere e attesi insieme a lui l’apice del mio e del suo piacere.
L’attesa, la bramosia di un desiderio sospeso nel tempo consumato in un luogo anonimo. Tutto in quegli istanti densi di piacere e di passione che entrambi avevamo cercato per una rivincita su un passato non vissuto, per vivere un presente e per sognare un futuro.
“Mi piaci ancor di più ora ” – mi sorprese con quella frase. Il tempo e alcune delusioni lasciano il segno non solo nell’anima. Quegli attimi condivisi insieme erano rimasti vivi e indimenticabili. Ci accomunava un eguale destino. Entrambi avevamo lasciato qualcuno o qualcuno ci aveva lasciato. Non importavano molto i particolari di come erano finiti i nostri precedenti amori. Eravamo lì dopo che i nostri sentimenti erano stati fatti violentati, torturati e fatti a pezzi. Il fato ci aveva prenotato un’ appuntamento casuale dopo molto tempo, al quale entrambi non eravamo disposti a rinunciare, desiderosi di prendere una rivincita sul passato. Qualcosa era rimasto in sospeso fra noi. Quelle sensazioni non ci avevano mai lasciato e il rivederci le avevano fatte scaturire come una sorgente.
Pensai a lungo quella sera all’abbigliamento più adatto per l’incontro. Decisi che in quella tiepida sera autunnale sotto la gonna non avrei indossato nulla se non calze autoreggenti. Un’ estrema sensazione di libertà che accendeva il mio desiderio più che mai. Volevo sorprenderlo, volevo essere spregiudicata o forse non volevo più perdere tempo.
Avvertivo il suo desiderio ma soprattutto il mio che si stava preparando ad accoglierlo. Non sapevo esattamente quando, ma attendevo. Non dissi nulla. Volevo prolungare l’attesa di quei momenti ancora un po’ sapendo che sarebbero esplosi nel loro vigore quanto prima, quando noi lo avremo deciso.
“Ti ricordi quel bacio?” – si avvicinò e mi bacio le labbra. Ora come allora. Niente era cambiato. Si era solo fermato il tempo in attesa di quel momento. Fece scorrere delicatamente la mano sotto la gonna sul velo della calza e si fermò solo quando raggiunse la pelle. La mia mano audace e sfrontata l’accompagnò più su dove il mio sentire per lui non mentiva. Seduti vicini durante la cena in un angolo appartato del ristorante intinse le dita nel vellutato miele del mio desiderio pregustando ad ogni portata il sapore salato della mia essenza.I nostri passi e le nostre ombre camminavano unite all’uscita del ristorante.
Ora davvero entrambi non potevamo più aspettare. Mi prese per mano e mi condusse nell’atrio d’ingresso rimasto aperto di un anonimo palazzo di un vicolo buio e deserto. La nostra passione trattenuta esplose in tutto il suo ardore. Baci penetranti, lingue avide, le sue mani dappertutto. Mi teneva stretta quasi fino a farmi soffocare fra le spire del suo abbraccio. Lo lasciavo fare. Mi piaceva sentirlo così desideroso, così eccitato. Mi attirava a se con le mani sui miei glutei nudi faceva aderire al mio ventre il suo sesso che gridava soddisfazione. Lo aspettai seduta a gambe aperte sul provvidenziale muretto di quel sottoscala. Liberai l’evidente e tangibile espressione del suo desiderio dalla prigione degli indumenti per farlo entrare fra le mie cosce dove una gabbia dalle pareti morbide lo attendeva. Una gabbia che non aveva mai conosciuto ma che lo accoglieva ora più che mai in tutta la sua dolcezza e lo pretendeva in profondità. Volevo che mi facesse male affinché cancellasse il passato non vissuto. Desideravo quel suo possedermi così intenso affinché tutto fosse dimenticato in quell’amplesso. Lo stavo amando per questo…volevo questo …volevo che mi avessi completamente per cacciare il ricordo del tempo trascorso e lui voleva lo stesso da me. Affondavamo i nostri gemiti di piacere in profondi baci. La luce fioca della strada filtrava attraverso il vetro del portone e si posava a tratti sui nostri visi, sui miei seni seminudi, danzando con noi in un gioco di ombre e voluttà.
Lo allontanai da me per prolungare ancora un poco il suo piacere e per calmare i nostri sospiri. La debole luce si posò sul suo membro incredibilmente turgido. Non riuscii a trattenermi, mi inginocchiai e lo feci entrare nella mia bocca. Mi piaceva il mio sapore su di lui. Mentre mi accarezzava i capelli scivolava sinuosamente e lentamente fra le mie labbra. Avevo deciso di donargli tutta me stessa e lui pretendeva tutto da me. Con un gesto rapido mi alzai e appoggiandomi con i gomiti a quel muretto di marmo, mi girai e rimasi in trepida attesa di averlo ancora dentro di me. Scivolò nuovamente dentro alla mia carne.
Sentivo che non era soddisfatto. Aveva provato il sapore delle mie labbra e del mio sesso. Ora voleva di più. Ebbra dalla passione più sfrenata e persa in un pressante desiderio gli lasciai violare la parte più intima di me che nessuno aveva mai conosciuto. Soffocai gemiti misti di dolore e di piacere e attesi insieme a lui l’apice del mio e del suo piacere.
L’attesa, la bramosia di un desiderio sospeso nel tempo consumato in un luogo anonimo. Tutto in quegli istanti densi di piacere e di passione che entrambi avevamo cercato per una rivincita su un passato non vissuto, per vivere un presente e per sognare un futuro.


6 commenti:
questo racconto resta il mio preferito.... in questo periodo stavo pensando che mi piacerebbe scrivere un racconto erotico (tu li chiami osè) a quattro mani... sarebbe bello, farlo con una persona che avverte le tue stesse vibrazioni nello stesso identico modo... come un concerto in cui i corpi diventano strumenti capaci di creare armonie, appunti e contrappunti in un crescendo... mi è sempre piaciuta la parola spagnola "tocar", suonare, così identica al nostro toccare. In fondo toccare, sentire nello stesso tempo il corpo e la mente di un'altra persona non è una melodia meravigliosa? non siamo forse noi strumenti musicali in grado di creare con le dita, con le labbra, con ogni parte di noi, note altissime ed infinite, suoni e sinfonie da Eden?
sempre poetico e profondo. Bella idea....Io però nei racconti per ora sono un individualista. Ci penserò. Un abbraccio
PS: è il tuo preferito. Bene. Io adoro il sapore della vendetta e in penombra...ma io non conto :)
ci penserai?
non c'era mica nessuna proposta tra le mie righe :) dicevo solo cosa mi passa nella testa in questo periodo... figuriamoci, fosse così facile condividere qualcosa con qualcuno,via web poi... tu mi perdonerai, ma non ho colto il senso della vendetta, la penombra sì... forse ero distratto da altre cose :)
@ giancarlo: direi che hai ragione. In quali cose? ;)
non chiedermelo cara Elle, cosa mi ha distratto, rischierei di scrivere un racconto osé; non che la cosa mi dispiaccia, tutt'altro, specialmente in questo periodo di tempeste ormonali che mi schiaffeggano di vento ed acqua, mi lasciano senza respiro, mi svuotano e mi riempiono, mi fanno ardere, confondono la mia mente con il corpo e viceversa ;)
@ Giancarlo: capisco ;)
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